Dal mio ultimo post sono passate molte settimane, dominate dalla vita normale. Prima molto lavoro per chiudere l'anno in ufficio, poi le necessarie e attesissime vacanza, passate tutte a casa con i miei e infine nuove urgenze in ufficio a Gennaio. Trascinato dalla corrente ho avuto pochissime occasioni di sedermi tranquillamente in zazen e ho compreso che a casa per ora non è possibile ricominciare una pratica regolare.
Per continuare la mia ricerca, ho cominciato allora a cercare se vi fossero in città dei dojo a cui potesse bussare un vecchio principiante come me. Dopo varie ricerche e consigli ho trovato finalmente un centro che mi sembrava il più accogliente per ricominciare. Ho contattato i responsabili del centro, ho preso un appuntamento e finalmente sono andato a visitarli.
Non vi dirò dove sono andato, almeno non per ora, ma vi posso dire che è stata veramente una bella sorpresa. Persone molto accoglienti e cordiali, un ambiente molto curato e una pratica essenziale, esattamente quello che cerco. Certo, non è sotto casa, ma del resto a Roma quasi tutto è fuori mano, a meno che non si abiti in centro.
Tutto bene - direte voi - hai trovato un buon dojo, adesso ti organizzi per andarci una volta a settimana e poi vedi se ti piace.
In realtà è stato proprio così, ma una volta tornato a casa mi è rimasta addosso una sensazione di inquietudine che non mi aspettavo. Dopo qualche giorno ho capito di cosa si trattava. Semplicemente ho realizzato che la mia vita è talmente cambiata dai tempi in cui praticavo assiduamente, che per riuscire a ricominciare una pratica vera, efficace, devo abbandonare tutti gli automatismi, i comportamenti e le aspettative che avevo acquisito a quei tempi, e che si sono immediatamente rimessi in moto appena entrato nel dojo.
Non sarà facile. Quindici anni fa per me entrare in un dojo ha significato anche incontrare una seconda famiglia, accettare una educazione a volte severa e impegnare tutto il mio tempo libero a favore dell'associazione che sosteneva il dojo, fino a partecipare materialmente alla sua stessa costruzione. Ora è tutto diverso e devo sforzarmi di non confondere le mie aspettative "sociali" con il cuore profondo dello zazen, altrimenti so che alla lunga resterò deluso... e sarà solo colpa mia.
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sabato 2 febbraio 2008
Primo passo (quando stiamo fermi, il tempo corre)
lunedì 3 dicembre 2007
All'improvviso, di nuovo seduto
Nel corso degli ultimi dieci anni ci ho pensato e ripensato troppe volte, sempre senza costrutto e, senza preavviso, di colpo è avvenuto.
Non fraintendetemi, non mi riferisco ad avventure piccanti o ad eventi straordinari, parlo soltanto di shikantaza.
Con questa strana parola giapponese si intende semplicemente la forma di meditazione praticata nel Buddhismo Zen tradizionale, in particolare nella scuola Soto. Nella pratica di zazen (altro termine per riferirsi a shikantaza) si sta semplicemente seduti a gambe incrociate su un cuscino rigido, la schiena diritta, la nuca tesa, gli occhi aperti con lo sguardo posato a terra e le mani poggiate in grembo a formare un ovale. Una volta raggiunta la giusta posizione non si fa più nulla tranne sforzarsi di mantenere il corretto tono muscolare. Ci si limita a osservare i pensieri e le sensazioni che ci attraversano senza cercare di afferrarli, e vi assicuro che c'é parecchio da osservare!
Di zazen ne ho praticato parecchio dal '91 al '95, sempre all'interno della comunità di Komyo Ji, quasi mai da solo. Può sembrare un controsenso, ma anche se durante la meditazione vige l'immobilità e il silenzio più assoluti, la semplice presenza fisica di altri praticanti (oltre ovviamente alla presenza di un praticante anziano che osserva e aiuta i più inesperti) è un fattore molto rassicurante e aumenta la determinazione con cui si pratica.
Dopo aver lasciato il gruppo di Komyo Ji ed essermi trasferito da Milano a Roma, ho sentito speso il richiamo dello zazen, ma finora era rimasta solo una velleità, una intenzione senza forza. Mi sono interrogato molto su questo fatto, ma non sono mai riuscito a spiegarmelo. In realtà nessuno ne é responsabile, semplicemente non era ancora il momento giusto. Nel Buddhismo c'é un detto: Quando il Discepolo é pronto il Maestro appare.
Così é stato per il mio zazen. Finalmente era arrivato il momento giusto e naturalmente, inconsciamente, ho preso il mio vecchio zafu (il cuscino da meditazione) e mi sono ritrovato immediatamente a casa.
Non fraintendetemi, non mi riferisco ad avventure piccanti o ad eventi straordinari, parlo soltanto di shikantaza.
Con questa strana parola giapponese si intende semplicemente la forma di meditazione praticata nel Buddhismo Zen tradizionale, in particolare nella scuola Soto. Nella pratica di zazen (altro termine per riferirsi a shikantaza) si sta semplicemente seduti a gambe incrociate su un cuscino rigido, la schiena diritta, la nuca tesa, gli occhi aperti con lo sguardo posato a terra e le mani poggiate in grembo a formare un ovale. Una volta raggiunta la giusta posizione non si fa più nulla tranne sforzarsi di mantenere il corretto tono muscolare. Ci si limita a osservare i pensieri e le sensazioni che ci attraversano senza cercare di afferrarli, e vi assicuro che c'é parecchio da osservare!
Di zazen ne ho praticato parecchio dal '91 al '95, sempre all'interno della comunità di Komyo Ji, quasi mai da solo. Può sembrare un controsenso, ma anche se durante la meditazione vige l'immobilità e il silenzio più assoluti, la semplice presenza fisica di altri praticanti (oltre ovviamente alla presenza di un praticante anziano che osserva e aiuta i più inesperti) è un fattore molto rassicurante e aumenta la determinazione con cui si pratica.
Dopo aver lasciato il gruppo di Komyo Ji ed essermi trasferito da Milano a Roma, ho sentito speso il richiamo dello zazen, ma finora era rimasta solo una velleità, una intenzione senza forza. Mi sono interrogato molto su questo fatto, ma non sono mai riuscito a spiegarmelo. In realtà nessuno ne é responsabile, semplicemente non era ancora il momento giusto. Nel Buddhismo c'é un detto: Quando il Discepolo é pronto il Maestro appare.
Così é stato per il mio zazen. Finalmente era arrivato il momento giusto e naturalmente, inconsciamente, ho preso il mio vecchio zafu (il cuscino da meditazione) e mi sono ritrovato immediatamente a casa.
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